Tre storie, tre uomini, tre età

TRE STORIE TRE UOMINITRE ETÀ

 

MARZO

Erano le 23,  Giorgio tornò a casa tardi quella sera, come ogni sera ormai. Il tanto lavoro lo costringeva a rimanere in ufficio oltre l’orario normale; d’altronde lo doveva fare per mantenere il suo stile di vita, la villa, la casa in centro, le automobili.

Oppure lo faceva anche perché da tre anni, ormai, era preso da Maria, da quella relazione ricca di passione e che gli dava quello stimolo in più per alzarsi ogni mattina ed affrontare la giornata. Maria lo capiva,  Maria lo amava, Maria li colmava quel vuoto che sentiva dentro e che sentiva crescere ogni giorno di più, questo era quello che ripeteva ogni giorno a se stesso, quasi per auto convincersi che quello che faceva era giusto.

Alla soglia dei quarantacinque anni, Giorgio, aveva due belle dimore, un bel lavoro, un figlio di quindici anni, una vita che dall’esterno sembrava perfetta e che tutto il paese invidiava, eppure Giorgio era infelice.

Aver ereditato una delle più grandi imprese del Nord Italia da suo padre, ed aver avuto tutto ciò che un uomo potesse desiderare, non bastava.

Quella sera non trovò la moglie addormentata sul divano davanti alla TV come al solito, Sandra era già a letto.

Forse era meglio così perché quella sera Giorgio era confuso, Maria voleva dare una svolta al loro rapporto, si era stancata di essere “’alternativa, a trentadue anni era stanca di una  relazione vissuta in quel modo, mentre lui, lui era stanco di tutto ormai…

Non capiva se Maria lo amasse davvero come lo aveva amato e, sicuramente, come ancora lo amava sua moglie o se voleva stare con lui solo per interesse.

Assorto in tristi pensieri non si accorse che si fecero le due, non fino a quando sentì girar la chiave nel portone.

Era Riccardo, suo figlio, e capì in quel momento che non aveva notato nemmeno che non fosse in casa.

Lo guardò e con tono serioso lo ammonì dicendo “Ti sembra questa l’ora di rientrare?”.

Per un attimo entrò nel ruolo del padre, un ruolo che non li apparteneva più, probabilmente, ma fu la risposta del figlio a dargli quella scossa che forse avrebbe voluto da tempo…

“E a te sembra questa la vita che volevi vivere?  Guardati, per tutti dovresti essere l’uomo più felice di questa città dato che apparentemente hai tutto, ma hai tutto tranne la felicità. Sono mesi ormai che rientri tardi e che lasci  la mamma sola perché tu , dici, te ne stai a lavoro fino a tardi, anche se lo sappiamo entrambi che così non è. Ma la cosa che a me fa più male è vederti così. Per questo ti chiedo: ‘Quanto costa la felicità?’ visto che coi tuoi soldi hai comprato tutto, automobili, una bella villa ecc.. ma quanto saresti disposto a spendere per la felicità vera? Oppure, forse, quella realmente non la puoi comprare.  ”.

Non aggiunse altro, quelle parole uscirono di getto quasi come se le avesse dentro da tempo e non aspettasse altro che il momento giusto per farle venir fuori.

Giorgio non poté restare indifferente a queste parole, erano troppo dure per lui,  perché troppo vere.

Riccardo non gli dette neanche il tempo di rispondere, salì in camera sua lasciando il padre ancora una volta solo coi suoi pensieri.

Questa volta, però, nei suoi pensieri c’era la madre; sentì quasi la sua mano che li accarezzava i capelli così come faceva tanti anni prima, quando era bambino; quella donna che riusciva a tenere sempre unita la famiglia nonostante i mille problemi di ogni giorno… I ricordi della sua gioventù cominciarono ad affiorare pian piano nella sua mente; quelli sì che erano tempi felici, non avevano molto ma, nonostante ciò, c’era tanta voglia di vivere.

Doveva ancora venire il tempo di quella grande intuizione che permise al padre, umile bracciante agricolo, di portare la sua famiglia dalla povertà alla ricchezza, ed in soli tre anni tutto cambiò.

Continuando a vagare nei suoi pensieri Giorgio capì, ad un certo punto, che qualcosa era successo, dopo l’ entusiasmo degli studi, del lavoro in azienda, della direzione stessa  dell’azienda, ci fu un crollo nella sua vita, ed un vuoto prese pian piano a farsi strada.

Capi che probabilmente essere sposato non significava essere un buon marito e essere genitore era diverso da essere un buon  padre.

Erano le cinque di mattina e quella domanda del figlio non andava più via dalla testa…

“Quanto costa la felicita?”

“Quanto costa la felicita?”

“Quanto costa la felicita?”

Giorgio in quel momento avrebbe speso l’intera sua fortuna per essere realmente felice, ma allo stesso tempo capi che la vera felicità non la poteva comperare coi suoi soldi perché la vera felicità non ha prezzo…. oppure perché non costa nulla…

Andò a letto, baciò sua moglie sulla fronte. Lei , nonostante tutto, si era comportata sempre bene nei suoi confronti e aveva fatto da madre e padre al loro ragazzo; quasi colto da un inopportuno senso di colpa decise che dal giorno dopo tutto sarebbe cambiato, che avrebbe rotto con Maria, che avrebbe passato più tempo col figlio e che avrebbe fatto di tutto per riconquistare la moglie.

Giurò a se stesso di proseguire l’opera di  suo padre con lo stesso cuore che ci aveva messo lui nel realizzarla e che avrebbe investito anche del tempo e del denaro in opere caritatevoli perché aveva promesso al padre che non avrebbe dimenticato mai le sue origini e cosa si provasse a vivere di stenti.

Con questi pensieri nella mente, si addormentò stringendo a se il corpo di sua moglie, così come non faceva da anni…

 

DICEMBRE 

Il giorno di Natale è sempre un’ occasione di ritrovo per famiglie e amici, dove il rito di scambiarsi doni ed auguri è simbolo di rinnovo di quei legami e sentimenti che ci hanno accompagnato durante il corso della nostra vita.

Il Natale è pertanto vissuto dai più come un momento di festa e felicità, forse anche perché per un giorno soltanto riusciamo a mettere da parte quei rancori che tutti ci portiamo dentro.

Era tradizione, ormai, che ogni Natale la famiglia Manzeti si riunisse a casa di nonno Alberto, ma questo Natale per la famiglia Manzeti fu un Natale diverso.

Appena tre giorni prima Alberto confessò alla famiglia tutta che gli era  stato diagnosticato un male e che, se le cure non avrebbero funzionato, molto probabilmente, questo sarebbe stato  l’ultimo Natale che avrebbe passato con loro.

Alberto, classe 1941,  era il tipico uomo del suo tempo;  personalità forte, un’ infanzia vissuta nel dopoguerra ed una vita passata a lavorare la terra, “un lavoro onesto e dignitoso”, ripeteva sempre,  e quelli erano i principi con cui aveva educato e cresciuto i suoi tre figli, ormai adulti, ormai genitori.

Tutto era pronto per il famoso pranzo di Natale, pranzo che, a memoria di Michele,  il figlio più grande, presentava sempre lo stesso menù da almeno trentacinque anni e che da almeno dieci anni a Michele piaceva iniziare sempre con la solita frase quando, tra il serio e il faceto, borbottava:  “Mamma mia, ma sempre le stesse cose si mangiano qui nei giorni di festa?”.

In effetti era così, perché per Alberto non era giorno di festa se non si mangiava il ragù così come lo voleva lui, cotto a fuoco lento sulla legna sin dal mattino presto. A seguire doveva esserci la carne alla brace, salumi, latticin… ; ma la cosa più importante era che si doveva necessariamente accompagnare  il tutto col vino che lui amava, un rosso corposo e dolciastro, frutto del suo stesso lavoro e specchio della ricchezza della sua amata terra.

Quel giorno Michele non borbottò, avrebbe mangiato quelle stesse cose ogni giorno per altri cento anni pur di condividere quei momenti con suo padre… che strana la vita.

Il pranzo ebbe inizio, l’antipasto era già a tavola. Nessuno parlava, forse nessuno sapeva cosa dire.

“Claudia, riempimi il bicchiere con un po di vino per cortesia” esordì nonno Alberto allungando il bicchiere alla sua nipotina.

Diede un lungo sorso, posò il bicchiere sul tavolo, fece un sorriso ed esclamò “Sempre più buono”.

Poi, dopo un attimo di pausa disse:

“Beh cosa sono quelle facce? Forza è Natale e stiamo qui insieme.

Ascoltate, io lo so perché perché siete tristi, ma voglio dirvi una cosa: in questi tre giorni ho riflettuto molto su quello che mi è capitato ed ho capito, dopo un momento di smarrimento e di dolore per il solo pensiero di tutto quello che dovrò perdere…”

Poi si fermò un attimo ad asciugarsi gli occhi, già gonfi di lacrime,  poi proseguì…

“…ho capito  che non avevo altra scelta che accettare questa condizione, seguirò le cure ed avrò fede che, in ogni modo, le cose andranno bene, perché so che avrò voi accanto, sempre e comunque.

Sono grato alla vita per tutto quello che mi ha dato, e giuro che  non permetterò a niente di rovinarmi neanche un solo momento di quello che resta della mia vita, poco importa che siano altri settanta anni o settanta giorni.

Voglio godermi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto ancora.

Pertanto, se mi volete bene, godetevi con me questo Natale e, sopratutto, godete ogni momento della vostra vita e della vostra giovinezza figli e nipoti miei, e ricordate che il tesoro più grande lo avete nel cuore.

Se mi domandassero quanto darei per avere altri momenti di felicità come questi, risponderei che non hanno prezzo, che non si possono comprare.”.

Col viso colmo di lacrime Alberto aggiunse “Buon Natale a tutti. ”

Si alzarono tutti, e tutti insieme si strinsero per  abbracciarlo.

 

GIUGNO

Alcune  calde sere d’estate, quelle in cui senti il profumo tipico di questa stagione, rimangono spesso nella nostra memoria, sopratutto se ad esse associamo ricordi speciali.

Così sarà per Steven.  L’estate del 2015 rimarrà per sempre speciale, sia perché ha appena concluso la maturità e con essa si è concluso un periodo della sua vita, sia perché di quella estate ricorderà per sempre le parole del suo maestro di arti marziali quando decise di andarlo a salutare prima di partire per le vacanze, terminate le quali sarebbe partito per studiare Medicina.

Erano le 21 e la lezione era terminata quando Steven gli si avvicinò dicendo:

“Buonasera maestro”

“Ciao Steven, come va? ” rispose prontamente il maestro.

“Tutto bene…  diciamo…” replicò Steven con aria abbattuta.

“Perché diciamo? Che succede? ”

“Nulla” replico Steven quasi come se non volesse parlare, poi proseguì…

“Come sai parto per l’università appena terminate le vacanze, e so già che questo vorrà dire lasciare i miei amici, la mia città e sopratutto questo sport. Ci sono cresciuto, qui, maestro, e so quanto mi mancheranno gli allenamenti, le gare, e sopratutto so che adesso non potrò più salire sul podio e provare quell’ emozione di vincere il campionato italiano. Per me era tutto, ma sai che anche allo studio ho dato tanto, e che mi piacerebbe diventare un medico un giorno… ”.

Il maestro si voltò un attimo dall’altra parte con aria pensierosa, poi si girò verso il ragazzo, gli mise una mano sulla spalla e gli parlò:

“Sai Steven, io credo che tu abbia fatto la scelta giusta, ti conosco da dieci anni ormai e so quanto vali negli studi.

Ricorda, potresti salire altre 100 volte sul podio e  vincere 100 altre medaglie, ma la conquista più grande l’avrai fatta quando avrai conquistato te stesso. Nella vita, ti accorgerai, dovrai affrontare tanti piccoli e grandi combattimenti e ti renderai conto che l’avversario più grande che dovrai affrontare sarai sempre  tu, con le tue paure, le tue incertezze; e ci saranno momenti in cui dovrai fare delle scelte, prenderti delle responsabilità, cosa che già, come vedi, inizi a fare. Ci saranno momenti, poi, in cui crederai di non farcela, di aver sbagliato tutto, e vorrai mollare. Forse piangerai anche, e crederai di non essere un uomo per questo, ma non è così, tutto questo fa parte del nostro essere umani”.

Ma se tutto il sudore che hai versato qui, i sacrifici, se tutto quello che hai imparato lo porterai nel cuore, saprai affrontare la vita e saprai superare quei momenti di difficoltà,  li affronterai con la stessa tenacia con cui hai combattuto e saprai superare le sconfitte allo stesso modo perché nella tua mente ci sarà solo la sicurezza che la vittoria, presto o tardi, arriverà.

Una medaglia è un momento di gloria, che dura, appunto, solo un momento,  l’esperienza che ti ha portato a vincere, invece, quella rimane; ricorda una lezione imparata è per sempre.

Sei un bravo ragazzo, e so che diventerai un grande uomo e un grande medico, il percorso sarà lungo, ma abbi sempre fede nelle tue capacità e ce la farai”.

Dopo una forte pacca sulla spalla il maestro aggiunse:

“In bocca al lupo per tutto e vienimi a trovare quando sei in città”

“Certo maestro” rispose Steven, “lo farò con piacere… Grazie per tutto, davvero… di cuore, porterò i tuoi insegnamenti con me per sempre… ti voglio bene”.

Steven salutò il maestro ed andò via portando con se  quell’ultima, indimenticabile, lezione.

 

Se questo mio libro che stai leggendo ti piace, prova a leggere il mio racconto Ilyeo storia di un ragazzo di strada

 

EPILOGO

Nessuno saprà mai se il giorno dopo Giorgio fece quanto si era promesso di fare, se fossero solo delle buone intenzioni e nulla più  o se vi era in lui una vera voglia di cambiare, così come nessuno saprà mai come andò ad Alberto, se la sua fede lo aiutò nella guarigione o meno, nè se il futuro di Steven sarebbe stato dalla sua parte.

Decidete voi cosa accadde dopo ad ognuno di loro.

Io voglio pensare che Giorgio cambiò davvero, perché lui scelse di farlo nel momento in cui iniziò a guardare la sua vita con occhi differenti;  Alberto guarì perché la sua tenacia e fede furono dalla sua parte e Steven portò con se gli insegnamenti del suo maestro, e con essi riuscì a superare tutti gli ostacoli che incontrò nella realizzazione dei suoi obiettivi, diventando un brillante medico.

 

In fondo, sono solo delle storielle, anche banali se vogliamo, che vogliono ricordarci che la vera felicità  non costa nulla, che il nostro approccio alla vita è fondamentale nella buona riuscita della vita stessa e che la fede e la determinazione possono fare davvero la differenza di fronte alle difficoltà.

La vera felicità è l’amore per e della persona che ami, è lo sguardo sorridente di un bambino, è una serata con gli amici. La vera felicità è essere ricchi dentro e condividere questa ricchezza con il prossimo, anche quando crediamo di non poter dare nulla agli altri,  perché ricordate che :

“Non esiste un uomo così povero da non poter donare nulla né uno così ricco da non poter ricevere nulla”

La vera felicità non la si può comprare, la vera felicità nasce in noi.

Anche io passo ancora momenti o giorni non perfetti, siamo esseri umani e questo è normale, i problemi ci sono per tutti,  ma tutto quello che vi ho raccontato in questo libro è vero ed è quello che riesce a farmi riprendere subito in mano la mia vita, perché se è vero che i problemi li incontriamo tutti, è come ci rapportiamo ad essi a fare la vera differenza.

Un ultimo appunto, ho parlato spesso di ricchezza interiore, ma voglio precisare che non c’è nulla di male nella ricchezza esteriore o nei beni materiali, anzi fanno parte del nostro mondo e anch’essi sono un dono di Dio e spesso avere disponibilità aiuta a risolvere determinate situazioni, ma la cosa in cui  credo e che ho voluto sottolineare nel libro è che la vera felicità si trova in tante piccole cose alcune delle quali non si possono comprare né toccare.

Se siamo vuoti dentro non basterà la ricchezza di questo mondo per renderci felici mentre, se siamo ricchi dentro apprezziamo anche la ricchezza esteriore e ne beneficiamo appieno, sapendola anche condividere con gli altri.

Il punto di partenza è saper apprezzare ogni giorno, ogni momento, quelle, seppur poche, cose che ci rendono felici, perché è da li che si inizia pian piano ad apprezzare tutto il resto e trasformare la propria vita in un viaggio magnifico.

 

 

 

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